Loser: intervista a Momo Gatari

In passato, moltissimo tempo fa, ho già parlato di Loser, una light novel italiana pubblicata da Edizioni Linee Infinite. Quest’oggi avrete l’opportunità di approfondire alcuni aspetti del libro e conoscere meglio chi si nasconde dietro Momo Gatari.

“Momo Gatari” è il nome dell’autore che c’è scritto sulla copertina del romanzo, ma in realtà si tratta solo di uno pseudonimo. Come mai avete preferito non mettere direttamente i vostri nomi?
ANDREA: In Giappone per gli scrittori è una scelta piuttosto comune, nel campo delle light novel in particolare è diffusissima. In Italia c’è ancora un po’ di sospetto verso gli pseudonimi, sembra quasi che si pensi che gli autori si vogliono nascondere per qualche motivo losco. Nel nostro caso specifico il mistero è stato svelato subito dal nostro editore.
LAURA: Scherzi a parte, in realtà il più delle volte gli autori scelgono uno pseudonimo per proteggere la propria privacy. In Italia si pensa, forse a torto, che un autore desideri per forza di cose la fama, ma non è per tutti così. Devi sapere inoltre che siamo entrambi molto riservati, uno pseudonimo in qualche modo ci espone ma allo stesso tempo ci protegge.

Come vi siete avvicinati al mondo delle light novel?
ANDREA: Sia io che Laura siamo innamorati del Giappone e della sua cultura, sia quella tradizionale che quella moderna. Le light novel hanno un ruolo importante nella cultura pop giapponese. Talmente importante che, interessandosi al Giappone, è impossibile non venirne in contatto. Nel nostro caso il primo impatto con una serie di light novel è stato con Toradora (la versione animata) di Yuyuko Takemiya. La storia ci aveva incuriosito parecchio, poi l’abbiamo approfondita in tutte le sue varie incarnazioni.
LAURA: Ricordo ancora di aver esultato tipo finale dei mondiali quando sono riuscita a trovare una copia della prima edizione in originale di Toradora tra millemila libri (in giapponese) sugli scaffali del Mandarake di Akihabara! Attraverso Toradora e, le altre light novel, abbiamo scoperto i meccanismi che in Giappone legano le light novel ,agli anime, ai videogiochi e ai manga. Con uno slancio di ingenuità e ottimismo, abbiamo pensato che sì, potevamo tentare di riproporli anche in Italia. Al momento siamo fermi solo alla light novel, ma faremmo carte false per vedere un anime o un manga di Loser!

Cosa vi ha ispirato maggiormente nella creazione della storia?
LAURA: Per quanto mi riguarda mi affascinava l’idea di scrivere un libro per ragazzi che fosse però godibile anche dagli adulti e che potesse avvicinare chi di solito non legge alla lettura in modo leggero e divertente. Scrivendo Loser ho sempre avuto in mente un lettore ideale, magari annoiato o poco coinvolto dalle letture scolastiche spesso vissute come “punizioni”: dovevamo conquistare la sua attenzione e curiosità. Leggere può essere molto divertente, bisognerebbe sempre ricordare che i libri non mordono.
ANDREA: I personaggi. Abbiamo lavorato molto alla caratterizzazione cercando di trovare un giusto equilibrio tra i topos giapponesi del genere e i nostri ricordi degli anni del liceo (tipicamente italiani). Alla fine sono uscite delle personalità così strambe, indipendenti e forti che hanno preso il controllo della situazione e ci hanno guidato nella stesura della trama. Ci capitava spesso di chiederci “cosa farebbe Elsa in una situazione simile?” e la risposta ci veniva spontanea e immediata, come se Elsa fosse una ragazza in carne e ossa che conoscevamo benissimo.

Come vi siete suddivisi il lavoro? Intendo dall’ideazione fino ad arrivare alla stesura completa.
LAURA: Semplice io comando e Andrea obbedisce! Scherzo, in verità la parte più complicata è stata decidere il nocciolo della storia, cosa davvero volevamo raccontare e in che modo. Ci siamo confrontati molto su quale taglio dare alla storia, se mantenere uno stile più realistico o avvicinarci al mondo dei manga e degli anime, se aggiungere o no elementi fantasy. Poi, una volta che abbiamo dato vita ai personaggi e abbiamo cominciato a farli interagire fra loro, tante domande hanno trovato risposta da sole.
ANDREA: Come in Eromanga-sensei! Scherzo, io e Laura siamo legalmente sposati e nessuno di noi due è un hikikomori. La fase di ideazione, con la definizione e ridefinizione (maniacale) dei personaggi e la stesura della trama, è andata più o meno così: ovunque ci trovassimo, dal supermercato alla sala d’attesa del dottore, facevamo lunghissime discussioni confrontandoci su tutto. Perché Arturo faceva questa cosa? Perché Elsa faceva quest’altra? E via dicendo. Quando, dopo un bel po’, si arrivava a una sintesi soddisfacente sia per me che per Laura, mettevo nero su bianco. Di solito scrivo io per un motivo molto semplice, sono più veloce. La stesura poi procedeva così: io scrivevo un capitolo al mattino e Laura lo editava alla sera. A fine settimana, mettendo insieme le nostre correzioni, avevamo una versione decente di quel capitolo che si poteva considerare la prima bozza. Se non ricordo male Loser ha passato, tra noi due, l’editor di Linee infinite (Paolo Magri) e i correttori di bozze, quattro revisioni. Ripescando le prime bozze oggi mi stupisco di quanto siano cambiate nella versione finale.

Qual è stato il vostro percorso per essere pubblicato da un editore? Avete avuto difficoltà a trovare una casa editrice disposta a pubblicare una light novel come la vostra?
ANDREA: Io pubblico da diversi anni storie brevi con vari editori, di solito mi capita di incuriosirmi a qualche bando di concorso e partecipo, qualche volta riesco a piazzarmi bene. Di solito faccio così per arrivare sulle scrivanie degli editori. Con Loser non è stato facile raggiungere un editore perché non esistono in Italia concorsi per light novel e quindi tutta la mia esperienza si è rivelata praticamente inutile. Allora io e Laura abbiamo pensato di poter far fronte a quello che sembrava un ostacolo insormontabile con la faccia tosta.
LAURA: In Italia principalmente vengono importate light novel dal Giappone. Che sappia io l’unico editore che se ne occupa è J–Pop che sta facendo un ottimo lavoro e sta portando in Italia serie molto interessanti, ma è, come dicevo, un lavoro di importazione e traduzione. La difficoltà è stata duplice perché dovevamo proporre una storia e dovevamo anche spiegare agli editori un genere che da noi è sconosciuto al di fuori degli ambienti specialistici. Quindi sì, è stato difficile, ma alla fine siamo riusciti a incontrare dei coraggiosi che ci hanno dato fiducia e hanno investito su di noi. La faccia tosta a volte funziona.

Avete mai preso in considerazione l’autoproduzione? Perché?
ANDREA: Mi è capitato di pubblicare in Internet qualche racconto, anche piuttosto lungo, ma all’auto pubblicazione vera e propria non ho mai pensato più che altro per pigrizia. Non sarei mai in grado di seguire bene tutti i momenti dalla creazione di un libro alla sua vendita.
LAURA: Inoltre l’intervento di un editor professionista, perlomeno nella nostra esperienza, è stato indispensabile. So che esiste un nutrito underground in Italia di appassionati di light novel che scrive e si autoproduce e nutriamo una grandissima ammirazione per loro e la loro passione. Fanno veramente miracoli, ma è una cosa che noi non riusciremmo a fare.

Come mai avete scelto proprio Alonso Rojas come illustratore e non altri che a livello visivo potevano avere uno stile più simile alle produzioni giapponesi?
ANDREA: Rojas-sensei è uno degli illustratori italiani più promettenti della sua generazione. Perlomeno io la penso così. Quindi lavorare con lui è stato un privilegio e credo che le sue illustrazioni abbiano dato moltissimo a Loser. Il suo stile di disegno non lo definirei moe e quindi, forse, non rientra nella tipologia classica delle illustrazioni delle light novel giapponesi (che a noi piacciono molto, intendiamoci…). Ma noi stavamo facendo una light novel italiana e volevamo marcare la differenza anche dal punto di vista visivo. Quindi ci serviva qualcosa di diverso, a metà strada tra Giappone e Italia. Alonso è capitato sulla nostra strada come un deus ex machina.
LAURA: Io sono una fan di Micaela Lossa, Alonso dovrebbe darle molto più spazio su Gotho Namite!

Sparsi qua e là nel volume di Loser, sono citati scrittori e romanzi di vario tipo (come Lovecraft e Ludlum). C’è stato un criterio particolare nella scelta oppure avete semplicemente inserito ciò che vi piace di più?
LAURA: Loser è zeppo di citazioni o richiami ad artisti che ci piacciono o ci ispirano. In primis nello pseudonimo Momo Gatari il nome Momo è un omaggio all’omonimo libro di Michael Ende. I nomi stessi dei protagonisti nascono per ricordare Elsa Morante e il suo meraviglioso libro “L’isola di Arturo”, ritengo la Morante una scrittrice fondamentale. Spero che molti ragazzi leggendo Loser scoprano i suoi libri e se ne innamorino come è successo a me. Ma nel libro sono citati cantanti da David Bowie a Beck (a cui abbiamo rubato anche il titolo) che forse non sono conosciuti dai più giovani ma sono artisti che hanno segnato più epoche o momenti importanti della nostra vita e volevamo condividerli.
ANDREA: Abbiamo inserito citazioni a tutto quello che ci piace e che poteva tornare utile per spiegare meglio la storia e i personaggi. Confesso di essere io il colpevole per le citazioni riguardanti Lovecraft, per le altre mi aspetto che Laura, prima o poi, si autodenunci pubblicamente. Comunque, a parte gli scherzi, ci piace pensare che magari qualcuno, incuriosito dalla citazione, vada a cercare quello strano autore che non aveva mai sentito nominare e scopra così un mondo nuovo. I libri servono anche a questo.

Quando Elsa salva il suo numero sul telefono di Arturo, non si inserisce con il suo nome, bensì con un soprannome strano, ovvero “Accalappiacani”. Sul momento mi sono messa a ridere e mi sono chiesta mai questo nickname e non altri. Perciò lo chiedo a voi: perché?
LAURA: Ho deciso io questo soprannome, Elsa ha un carattere molto forte tende a dominare e comandare chi la circonda quindi, secondo me, questo nome esprime bene la sua volontà di addomesticare Arturo, di renderlo meno selvaggio. Poi come sempre in questi casi anche Arturo in qualche modo finisce per addomesticare Elsa, o forse no?
ANDREA: Elsa si rivolge spesso ad Arturo come se fosse un cane, e non intende di certo di un cane di razza pregiata. Ci sembrava appropriato che lei, in questo contesto, si autodefinisse “Accalappiacani”. Dal suo punto di vista uno perlomeno l’ha accalappiato.

La storia è situata in una specifica città o è un luogo fittizio? Se si tratta dal secondo caso, a quali posti vi siete ispirati per l’ambientazione complessiva?
LAURA: noi siamo cresciuti in pianura ma da sempre sogniamo di vivere al mare, così nel creare l’ambientazione della storia a entrambi è venuto spontaneo immaginarla in una città di mare. Amiamo Barcellona e speriamo di tornarci al più presto così abbiamo rubato la sua vivacità metropolitana e l’abbiamo mixata con la ruvidezza delle località marittime della Liguria orientale per creare una città fittizia ma molto realistica. Questa città senza nome che fa da sfondo alle avventure di Elsa e Arturo profuma di pioggia, di tigli e di porto.
ANDREA: Nella mia testa la città in cui si svolge Loser è Kyoto ma col mare della Liguria, ma questo Laura non lo sa…
LAURA: Ora che lo dici mi accorgo che è d’avvero così!

Una cosa che mi ha colpita positivamente è il cambiamento di Arturo e come i professori durante le sue interrogazioni (o nelle verifiche scritte) si sono approcciati a lui nel corso della storia. Avete avuto esperienze simili a quelle di Arturo oppure avete sempre avuto un buon rapporto con gli insegnanti?
LAURA: Sono stata una ragazzina molto timida che odiava parlare in classe. Le interrogazioni per me non sono mai state una passeggiata, sebbene studiare mi sia sempre piaciuto. Davo il meglio negli scritti, questo può aver dato motivo a qualche insegnante di dubitare della mia correttezza ma posso giurare che le verifiche, i test e i temi erano tutta farina del mio sacco! La scrittura è stata da sempre la mia valvola di sfogo, il mio mezzo preferito per esprimermi. Qualunque cosa vi dica Andrea invece sappiate che lui copiava spudoratamente!
ANDREA: Da ragazzo non ho avuto un buon rapporto con l’autorità scolastica, io ero un pessimo studente, svogliato, presuntuoso e non stavo molto simpatico ai professori. Nel corso della mia rocambolesca carriera scolastica però ho avuto la fortuna di incontrare alcuni insegnanti bravissimi che mi sapevano prendere, da loro ho imparato molto, forse tutto e non solo dal punto di vista scolastico. Comunque sì, alcune cose che capitano ad Arturo sono successe veramente a me o a Laura (la storia della maglietta con i mostri, per esempio, fa parte della mia tradizione di figuracce). La cosa buffa è che, incontrando i lettori, ci siamo sentiti spesso dire che anche a loro sono successe cose simili.

Ultima domanda, ma non per importanza: avete progetti per il futuro? Altre storie in cantiere che volete scrivere e che sperate di pubblicare un giorno?
LAURA: Siamo al lavoro a un progetto importante ambientato nell’universo di Loser, ma di più non possiamo dire per non incorrere nelle ire dell’editore. Sappiamo che i nostri lettori si aspettano il seguito e non vorremmo deluderli.
ANDREA: I progetti per il futuro sono tantissimi, in un modo o nell’altro, insieme o separatamente, siamo sempre presi a inventarci qualche nuova storia. Scrivere ci piace troppo per smettere. Speriamo anche di trovare qualche editore coraggioso disposto a pubblicarci.
Siti di riferimento: racconto, libro, pagina facebook.

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