Racconto: “Le voci della natura”

Testo revisionato da Paolo Sturchio.

Per questa settimana c’è un “articolo” un po’ diverso dalle altre volte: si tratta di un racconto che avevo intenzione di terminare per un concorso a una pagina facebook, ma alla fine ci ho rinunciato. Mi mancava il tempo e anche un po’ la voglia. Mi piace scrivere, però non amo fare cose troppo… corte. Perciò non so se ne farò altri, ma nel frattempo godetevelo. Sul finale mi sono un po’ persa, quindi se non è granché chiedo perdono. Buona lettura!


Incrociò le braccia e mise il broncio, ma non disse niente limitandosi a guardare fuori dal finestrino con il viso contrariato. Non voleva andare in montagna, aveva ribadito ai suoi genitori che si sarebbe annoiata, ma in realtà la sua era solo paura di sentire strane e fastidiose voci provenienti dalla natura. Quando era più piccola, pur di non andare in luoghi con piante, animali o fiori, si fingeva ammalata. Per questo motivo le venivano attribuiti soprannomi come “pantofolaia”, “asociale” e “malata di tecnologia”, etichette che la irritavano ancora di più.
Quel giorno era stata portata fuori con l’inganno. Sua madre le aveva promesso che sarebbero andati dalla nonna a farle visita, ma ben presto si rese conto della bugia: la strada non era la solita, così si mise a urlare come una pazza. Minacciò di aprire la portiera per scendere con la macchina in corsa, cosa che non avrebbe mai fatto e questo i suoi genitori lo sapevano, i quali perciò si limitarono a ignorare il baccano della figlia.

Arrivati sul posto la ragazza osservò il meraviglioso paesaggio con malinconia pensando che, per quanto si fosse lamentata, non sarebbe servito a niente. Nessuno l’avrebbe capita, e anche confidandosi le cose sarebbero rimaste uguali.
«Non vorrai tenere il broncio tutto il tempo, vero?»
«No, ho solo intenzione di rovinare la giornata a tutti, così come voi avete fatto con me» replicò guardando in cagnesco sua madre.
Scese dalla macchina e, senza prendere il cibo o l’acqua dentro al baule per fare il picnic, cominciò a camminare lentamente, facendo attenzione a non pestare qualche piccolo insetto, ma non servì a niente perché ben presto sentì dei lamenti, misti a insulti.
Cos’hai fatto, maledetta? Guarda dove cammini, hai ucciso il mio amico! Sei solo una mera assassina.
Di solito, piena di rabbia e odio, sbatteva il piede più forte che poteva fino a farsi del male, ma in quel momento era troppo giù di morale per una cosa del genere, quindi ignorò quelle voci che sentiva dentro la sua testa. Camminò per almeno mezz’ora prima di potersi sedere e trovare un tavolino in un’area apposita per il campeggio.
«Fermiamoci qua, è un bel posto!» esclamò entusiasta l’unico uomo della famiglia.
La ragazzina, subito dopo essersi sistemata nella sua postazione, iniziò a muoversi in modo strano. Doveva fare la pipì, ma nelle vicinanze non c’erano bagni e bisognava camminare un po’ prima di trovarne uno. I suoi genitori si accorsero immediatamente del bizzarro comportamento.
«Perché non hai parlato per tutto questo tempo? Non ti mangiamo mica e poi non va bene trattenere la pipì per così tanto tempo.»
«Non avevo voglia di alzarmi» mormorò abbassando la testa. «I bagni sono lontani!»
Sua madre, irritata dalla situazione, la obbligò ad alzarsi. «Non farmi arrabbiare, tesoro. Vai, noi ti aspettiamo qua mentre finiamo di mangiare.»
Senza aggiungere altro, lentamente, si allontanò dalla sedia su cui era seduta fino a qualche attimo prima. Per qualche minuto si limitò a non guardarsi in giro, facendo attenzione a dove metteva i piedi, ma dopo un po’ si mise a correre esasperata dalle voci e dal dolore per essersi trattenuta troppo a lungo. Smise anche di fare attenzione all’ambiente circostante, formato soprattutto da alberi molto alti oltre ad animali e insetti.
Inciampò su una strana sporgenza dal terreno che non aveva notato per la distrazione. Si rimise in piedi, ma era faticoso reggersi sulle proprie gambe con le ginocchia e le caviglie che sembravano chiedessero pietà per il dolore.
«Ahia. Che male!» si guardò intorno. «Dove sono?»

Camminò un altro po’ prima di sedersi sul terreno e riposarsi. In quel momento davanti a lei comparve una strana figura: da un lato sembrava un essere umano, dall’altro non lo era per le ali e la sua altezza parecchio ridotta rispetto a una ragazza della sua età.
«Ho sentito i tuoi lamenti. Ti sei fatta male?» domandò la strana creatura.
«Sì» indicò le parti doloranti. «Sono caduta poco fa.»
«Allora resta qua un attimo che ti do una mano. Vado a cercare qualcosa che possa aiutarti.»
«Aspetta! Non andare!» esclamò prima che si potesse allontanare. «Chi sei tu?»
«Cosa?»
«Hai un strano aspetto e parli come me, ma non sembri un essere umano. Chi sei?»
«Sono una fata. In realtà è strano che tu mi veda, ma probabilmente ci riesci perché non sei ancora adulta.»
«Io…» esitò. «Sento delle strane voci quando sono in giro, provengono dalla natura.»
«Come scusa?»
«È proprio come ho detto. Ho sempre avuto questa “maledizione” di sentire tutto ciò che la natura ha dirmi. Anzi no, insultarmi.»
La scrutò un po’ meglio e le fece una domanda diretta senza troppi giri di parole.
«Sei anche tu una fata? Anche se ti mancano le ali, alla fine non importa molto perché solo noi possiamo comunicare con tutti gli esseri viventi di questo mondo.»
Alzò le spalle con aria confusa. «Non lo so» biascicò con la bocca.
«Comunque, riesci ad alzarti e camminare da sola? Ti accompagno dai tuoi genitori se vuoi.»
Ci pensò un attimo e poi disse: «Sì, grazie. Mi ero proprio persa e prima che arrivassi tu avevo paura di non ritrovare più la strada.»
Per tutto il tempo non si parlarono, e la ragazzina iniziò a chiedersi diverse cose su se stessa come: “Chi sono? Da dove vengo? Perché ho questa capacità di sentire cosa mi sta comunicando la natura?”, però non ebbe il coraggio di farle domande per poi sentirsi rispondere: “Non ne ho idea”, o altre cose molto vaghe. Perciò, quando arrivò il momento di salutarsi, sorrise e la ringraziò.
«Spero di riuscire ad accettarmi per quella che sono e che gli altri possano fare lo stesso con me. Detesto le brutte parole che sento!»
«Non ti preoccupare. Ci vorrà del tempo e un pizzico di pazienza, ma ce la farai. Sii forte.»
Cominciò a correre in direzione dei suoi genitori preoccupatissimi per lei e, mentre loro l’abbracciavano chiedendole come si fosse fatta del male, la ragazzina guardò per un’ultima volta indietro, ma purtroppo non vide più nessun “essere strano”.


Se volete contattare il ragazzo che mi ha revisionato il testo, potete mandargli un messaggio su facebook o twitter.

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